Si intrecciano le storie attorno a questo maestoso faggio di montagna, che domina l’ingresso del camping. Questo “signore del bosco” si gode lo spettacolo delle umane vicende da circa 400 anni.
Il piccolo faggio infatti nacque sotto la Repubblica Serenissima e osservò anche la sua fine, crebbe per un breve periodo assistendo al passaggio di Napoleone e delle sue truppe, si trovò in età matura sotto il dominio asburgico, per passare poi al regno d’Italia, assistere a due conflitti mondiali, dei quali il primo praticamente sul fronte, e poi via fino ai nostri giorni. Con un pizzico di ironia potremmo dire che… stati e personaggi passano, il vecchio faggio rimane.
Ma non è questa la storia che vogliamo raccontarvi.
Al vecchio faggio si davano appuntamento i bambini dei Brucchi, oggi contrà Vallà, su cui troneggia l’imponente figura del faggio: partendo dalle case, o dalle stalle finito di accudire le bestie, qui facevano base per i loro giochi: d’estate il salto della corda, le corse a perdifiato sui prati della Valle dei Ciliegi, d’inverno le scivolate con la slitta. Ancora tutti ricordano di quando un bel numero di ragazzini, seduti sulla staccionata a raccontarsi delle marachelle combinate, finì improvvisamente gambe all’aria per il cedimento della stessa. Che fosse l’anticipo delle sculacciate che li attendevano a casa?
I giovani delle vicine contrade, Sarcello, Lain, Pettinà, qui si davano convegno per trovare la “morosa”, una sorta di passerella di alta moda, con locali modelle e modelli come protagonisti.
I vecchi della contrada si ritrovavano sotto quelle fronde maestose nelle sere d’estate, a raccontarsi dei bei tempi e a lamentarsi dei dolori, a voce sempre più alta a mano a mano che gli anni passavano. Se capitava, leggevano lettere o cartoline arrivate da altri angoli di mondo, dove amici e parenti avevano tentato la fortuna.
Il vecchio faggio tante ne ha sentiti di racconti, di pettegolezzi, di segreti, che quando si alza un vento leggero, si ha l’impressione che ne stia spifferando qualcuno.
Amabile era una giovane donna, dai modi gentili e sempre pronta a dare un occhio ai bimbi di passaggio. A casa sua era un continuo andirivieni di giovani amiche, che da lei amavano fare salotto. Il faggio si trovava proprio al confine del suo giardino e pertanto per tutti era diventato “el fagaron de la Mabile”.
Con il tempo, dopo la guerra, Amabile aprì uno dei primi affittacamere del paese in questa vallata montana, dove gli ospiti trovavano un’accoglienza semplice e genuina. Uova di giornata dalla vicina contrada, latte fresco dalle stalle e formaggi ricercati, prodotti dal locale caseificio, il “casélo”.
Il marito di Amabile, Florindo, era proprietario della vicina cava di pietra, da cui venivano estratti blocchi che poi, lavorati da abili scalpellini, diventavano ornamento di nobili case e palazzi.
Una volta chiusa definitivamente, la cava venne col tempo riempita e livellata. Vi venne sepolto, così vuole una leggenda della contrada, un tesoro misterioso, di cui una cavità del “fagaron” custodisce la mappa.
A più d’un passante nacque il desiderio di potere in qualche modo soggiornare in quello splendido posto, per godere della rigogliosa natura, di una vista incomparabile, di un impagabile silenzio lontano dal caos della città.
I desideri vennero esauditi.
Tutto iniziò con un container, temporaneamente parcheggiato proprio nei pressi della vecchia cava, dove il primo temerario turista passò qualche giorno di spartana villeggiatura in montagna.
Amabile e la sua famiglia, fedeli alla loro idea di ospitalità, si attrezzarono via via per garantire un minimo di comfort alla manciata di ospiti che iniziavano a frequentare la località. Ecco il primo bagno, accanto al vecchio pollaio, i primi lavelli all’aperto e il primo vialetto pedonale battuto, per arrivare alle roulotte senza infangarsi.
Ecco infine l’idea di realizzare un vero e proprio campeggio attrezzato di servizi [immerso nella natura, pensato per chi cerca una vacanza autentica in montagna. A questo progetto si dedicherà dai primi anni duemila il figlio di Amabile, Giuseppe, aiutato dalle instancabili nipoti Irene e Silvia, che con le loro famiglie gestiranno il camping per il successivo quarto di secolo.
Di recente il cambio di gestione. Il camping viene preso in gestione da Carlo, negli ultimi 15 anni ospite estivo del campeggio stesso, con la famiglia e naturalmente con gli asini e le pecore… ma questa è un’altra storia, che per l’ennesima volta si svolge sotto gli sguardi attenti, talvolta perplessi, quasi sempre benevoli, del vecchio faggio. El fagaron de la Mabile.
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